LO SGUARDO LUNGO

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mercoledì 15 novembre 2017

SHALOM RAV LARAS !





                                                                                                                                                                             
SHALOM RAV LARAs


שלום     
    

E' scomparso stamani a Milano il Rabbino Prof. Giuseppe Laras, zl. Rabbino Capo a Livorno dal 1968 sino all'incarico milanese: subentrò nella cattedra rabbinica labronica a mio padre, Rav Bruno G.Polacco,zl, mancato nel 1967. Innumerevoli i ricordi che mi legano, alla pari di tanti livornesi anche non appartenenti alla Comunità, alla figura di questo grande Maestro il cui ricordo e il cui operato rimarranno patrimonio inestimabile per il mondo ebraico e per la società italiana nella quale, tra i molti suoi contributi, è stato uomo di dialogo.Livorno gli è sempre rimasta nel cuore , come ho constatato anche pochi mesi or sono andando a trovarlo, e viceversa sarà per noi.  La sua sepoltura avverrà in Israele. Il suo ricordo sarà certamente di benedizione.
Gadi Polacco



Un ritratto del Rav Prof.  Giuseppe Laras,zl, scritto in occasione dei suoi 80 anni (2015) dal Dr. Vittorio Robiati Bendaud 

( dal sito della Comunità Ebraica di Milano http://www.mosaico-cem.it )

Un uomo che ha segnato quarant'anni dell'ebraismo italiano e che ha ordinato numerosi rabbini; il grande propulsore del dialogo ebraico-cristiano; l'intellettuale ebreo, studioso del pensiero ebraico, noto a laici e religiosi, anche fuori dai confini italiani ed europei. Ecco che significa festeggiare gli ottant'anni di Rav Giuseppe Laras, il 6 aprile 2015.
Scrivere di Rav Laras in occasione del suo ottantesimo compleanno non è facile, perché è difficile selezionare che cosa dire, data la mole di informazioni, eventi, studi, prese di posizione che lo riguarda, non solo in lingua italiana o in lingua ebraica.
È anche difficile perché l'uomo non è un tipo facile: è timido, riservato, poco incline alle confidenze, talvolta scontroso, burbero e persino intrattabile, certamente esigente; ma, al contempo, è anche ironico e pieno di sense of humour, profondamente buono e dall'intelligenza vivace, ben disposto e comprensivo verso la fragilità e le difficoltà delle persone, naturalmente elegante di un'eleganza demodé e un po' "stropicciata". I primi tratti che ho descritto della sua personalità sono quelli che ne hanno fatto un mistero per molti, che non lo compresero, si ché avvertirono e tuttora avvertono una certa "distanza" e freddezza da parte sua. C'è poi il Rav Laras che conosciamo io e altre persone, a cui siamo legati per vincoli di affetto, amicizia, stima e studio, per cui, come è noto, ha-ahavah meqalqeleth et ha-shurah (l'affetto altera il giudizio).
Sono tre i grandi cammei, certamente veri, ma assai incompleti e decontestualizzati, con cui i più, ebrei e no, si riferiscono al Rav:
I. Rav Laras "il Sopravvissuto" a una delle tante atroci storie "private", dall'esito drammatico, della Shoah, ove perse, vedendole scomparire per sempre dai suoi occhi, sua mamma e sua nonna; lui, fuggitivo solitario di notte, ancora bambino, dalla Torino della guerra, che perse per lo shock la parola per alcuni mesi;
II. Rav Laras l' "uomo del Dialogo", circa il dialogo ebraico-cristiano in particolare, di cui è tra i precursori, tra gli interpreti più coraggiosi e tra i maggiori araldi e animatori, ma anche in relazione al difficile dialogo interreligioso con l'Islàm, dato che fu lui a inaugurare e tenacemente mantenere i rapporti con la CoReIs prima e con alcune altre associazioni culturali islamiche poi, ivi inclusa la partecipazione agli incontri della Conférence Européenne des Imam et des Rabbins, invitato dall'allora Grande Rabbino di Francia -suo caro amico- Rav R. S. Sirat;
III. Rav Laras "il Professore", docente universitario a Pavia e a Milano, dopo il successo negli studi di giurisprudenza prima (dove ebbe per docenti Norberto Bobbio e Stefano Rodotà) e di filosofia poi (dove studiò con Nicola Abbagnano e Mario Tronti).
Per cercare di capire Rav Laras, tuttavia, volenti o nolenti, dobbiamo inquadrare -e restituire- il suo profilo principale, il più delicato, che gli è costato non pochi oppositori, detrattori e nemici, ossia Rav Laras "il rabbino", il che è inscindibilmente anche correlato alla sua attività di studioso del pensiero ebraico e di animatore italiano del Sionismo.
Per sintetizzare, ma con il rischio di banalizzare, sono due i caratteri principali alla base della sua attività rabbinica: un ponte, anche biografico, tra ebraismo italiano e mondo sefardita –specie per quanto concerne la Halakhah e il rapporto Torah-Madda-, ove per mondo "sefardita" non si intende quello orientale e nord-africano, bensì i grandi centri spagnolo-portoghesi di Livorno, Venezia, Ferrara, Ancona, Amsterdam e Londra. E Rav Laras, pur essendo torinese per nascita e formatosi alla scuola di Maestri dell'ebraismo italiano, è anche di origine livornese, dunque di quel particolare mondo sefardita, come spesso lui stesso orgogliosamente rivendica; in secondo luogo, una linea mediana ortodossa tra "interno" e "esterno", tra studi profani e studi religiosi, che gli ha alienato il (dubbio) privilegio di una claque di sostenitori, trovando resistenze sia tra alcuni laici –specie quelli liberal e radical chic- sia tra alcuni religiosi, in particolar modo se pseudo-tali o poco preparati.
Rav Laras ha avuto il privilegio di ascoltare le lezioni di una delle massime autorità ashkenazite del '900, il Rav Yechiel Ya'aqòv Weinberg, autore della fondamentale opera di Halakhah "Seridé Esh", con cui ebbe più volte occasione di studiare, recandosi spesso anche in Svizzera alla Yeshivah di Montreux (con Weinberg studiarono, tra gli altri, Rav E. Berkovits e il Rebbe di Lubavitch). Rav Weinberg insegnò presso il seminario rabbinico ortodosso berlinese Hildesheimer, succedendo a un altro grande posèq del Novecento, Rav Davìd Hofmann, autore dell'opera di Halakhah Melammed le-Hoìl, su cui il compianto Rav Dario Disegni –tra i principali e più cari Maestri di Rav Laras- faceva allora studiare ed esercitare i giovani talmidìm della Scuola Rabbinica Margulies di Torino, da lui fondata. Va specificato che Rav Hofmann fu allievo diretto del Rav Azriel Hildesheimer, entrambi fautori di una ortodossia ebraica disposta ad affiancare positivamente lo studio approfondito delle discipline profane (scientifiche, giuridiche e filosofiche) allo studio della Torah e delle fonti tradizionali.
Riconnettersi idealmente -pur con le mille differenze, talora anche molto pronunciate, che contraddistinguono queste voci del mondo ortodosso ashkenazita- a Maestri quali Hofmann, Hildesheimer e Wienberg, significa, come è stato per Rav Laras, frequentare e conoscere per tangenza le opere di altre autorità rabbiniche ashkenazite dell' '800 e '900 quali Shimshon Raphael Hirsch e Yitzkhaq ben Ya'aqòv Reines (tra i padri del Sionismo religioso), giungendo sino alle voci della Modern Orthodoxy americana dei rabbini E. Berkovits e di J.D.B. Soloveitchick.
Ma Rav Laras è anzitutto un rabbino italiano e la guida principale dei suoi studi fu il già ricordato rabbino capo di Torino Rav Dario Disegni, rinnovatore e promotore degli studi rabbinici in Italia nel secondo dopoguerra, assieme a Rav Elia Samuele Artom, con cui studiava Talmùd la mattina presto prima di andare a scuola, e, quando una mattina per caso il giovane Giuseppe era in ritardo per la sveglia, la mattina successiva Rav Artom anticipava la lezione alle quattro. Rav Laras –in privato lo ricorda spesso- crebbe studiando con Rav Dario Disegni, il quale voleva e si raccomandava che i "suoi" rabbini fossero buoni e preparati hazzanìm (cantori sinagogali), valevoli shochatìm (macellai rituali) e, quindi, tutto ciò premesso, avveduti e potenzialmente autonomi rabbanìm (rabbini), meglio se anche laureati, come auspicava. La "linea" di Rav Disegni, che appunto prevedeva, tra gli altri, il riferimento ad autorità halakhiche quali David Hofmann, era quella invalsa da secoli presso il rabbinato italiano, che ebbe come massimi interpreti nell'800 i grandi Maestri I. S. Reggio, S. D. Luzzatto ed E. Benamozegh. Tuttavia la tradizione ebraica italiana, ben prima dei Maestri appena ricordati, già da alcune centinaia di anni, accostava, pur se non sempre pacificamente, agli studi religiosi tradizionali, quelli scientifici e filosofici. Si pensi così a Autorità halakhiche riconosciute in tutto il mondo e ben studiate da Rav Laras, quali Ishmael ha-Cohen (Laudadio Sacerdoti, XVIII sec.) e ai suoi responsi (Zera Emeth); a Yitzkhàq Lampronti (XVII-XVIII sec.), autore del Pachàd Yitzkhàq –la prima monumentale enciclopedia halakhica al mondo-; al grande Malachì ha-Cohen (XVII-XVIII sec.), talmudista insigne autore del celebre scritto Yad Malachì, uno dei primi grandi dizionari talmudici; a Shimshòn Morpurgo (XVII-XVIII sec.), autore del noto testo di Halakhah Shemesh Tzedaqà; a Moshè Zaccuto noto come Remaz (XVII sec.), a Leon da Modena (XVII sec.) e alle sue teshuvoth, a Ovadyah Sforno (XV-XVI sec)e a Ovadyah da Bertinoro (XV-XVI sec.). Si tratta per lo più di Maestri che in genere seppero coniugare, pur con diversa intensità, la Halakhah con la cultura scientifica e umanistica loro contemporanea.
È chiaro che vi è un precedente, un archetipo sefardita per eccellenza in relazione a tutto ciò, pur tra le mille difficoltà che sorgono e sempre sorgeranno in relazione alla sua comprensione, il Rambàm, Mosè Maimonide. E Rav Laras è appunto un insigne studioso del pensiero di Rambàm. Tuttavia, anche per davvero comprendere la passione maimonidea di Rav Laras, occorre fare un'incursione nel mondo della Halakhah. Il motivo è che –come ricorda spesso Rav Laras- pur conoscendo, recependo e apprezzando lo Shulkhàn 'Arùkh di Rav Yosef Caro, gli italiani in genere tradizionalmente erano soliti apprendere e insegnare la Halakhah, al pari degli yemeniti, riferendosi in primis a Maimonide e alla sua opera di codificazione, il Mishneh Torah. Così gli fu insegnato e così gli venne confermato da due celeberrime autorità rabbiniche sefardite con cui ebbe modo più volte di studiare: da giovanissimo, seppur in poche occasioni, con Rav Bentziòn M. Hai 'Uzziel, Rabbino Capo sefardita di Israele e autore dell'importante e celebre opera di Halakhah Mishpeté 'Uzziel, che lo interrogò proprio sul Maimonide, raccomandandogli, in quanto italiano e sefardita, di basarsi in primis su Rambàm; successivamente, con l'amico e maestro Rav Yosef Kappakh (o Kafikh), autorità halakhica yemenita, traduttore e curatore contemporaneo dell'opera di Maimonide, anch'egli sostenitore della "vicinanza" tra italiani e yemeniti nella ricezione della linea maimonidea nei saperi e nella Halakhah. Non è dunque un caso, ad esempio, che Rav Laras sia inoltre legato da vincoli di amicizia al noto intellettuale israeliano e grande studioso di Maimonide Aviezer Ravitzky.
Quando si tratta di Maestri contemporanei nell'ambito della Halakhah, chi conosce Rav Laras sa che egli ama rifarsi, oltreché a Rav 'Uzziel, a Rav Hayyìm David ha-Levì e al suo caro amico e insigne autorità halakhica, scomparso nel 2003, Rav Shalom Messas, all'epoca Rabbino Capo di Gerusalemme.
Vi è ancora un nome, molto celebre in Francia e ancor più in Israele, tra i Maestri di Rav Laras, quello di colui che più lo ha ispirato assieme a Rav D. Disegni, il grande Rav Leon Ashkenazi, di cui fu a lungo allievo e amico, sino agli ultimi giorni di vita di Manitou, come era chiamato dai suoi discepoli. E con Leon Ashkenazi, obbligatoriamente, si deve parlare di pensiero ebraico.
Rav Laras, almeno in Italia, è tra i pochi ad aver conosciuto personalmente, incontrandoli in più occasioni, Martin Buber e lo scrittori Shemuel Agnon. Il Rav, inoltre, ha avuto modo di studiare, formarsi, incontrarsi e confrontarsi a lungo con tre pilastri del pensiero ebraico del '900, per lo più ignoti in Italia: Nechama Leibovits, Shemuel Hugo Bergman e Nathan Rotenstreich.
Vi è, infine, un'altra amicizia intellettuale di cui è necessario e fondamentale rendere conto, quella tra Rav Laras e lo scomparso Meir Benayahu, figlio del Rabbino Capo di Israele Yitzkhaq Nissìm (con cui Rav Laras ebbe anche modo, seppur fugacemente, di studiare Halakhah). L'amicizia con Meir Benayahu è documentata da alcuni articoli a quattro mani, tramite i quali, Rav Laras entrò anche in contatto, come testimoniato da una corrispondenza, con Ghershom Scholem, che gli fece alcuni appunti, dandogli preziose indicazioni di studio e di ricerca. Ritroviamo, da ultimo, Rav Laras in alcune voci da lui redatte in quel grandioso monumento letterario della cultura ebraica che è la Encyclopedia Judaica.

Chi scrive ha raccolto con fatica in vari anni, nei rari momenti (pochi) in cui Rav Laras si è "sbottonato" circa i suoi studi e le sue frequentazioni intellettuali, queste preziose informazioni, altrimenti scrupolosamente occultate dal Rav che è molto restio circa i suoi fatti privati, cercando adesso di restituire al lettore il complesso puzzle della biografia rabbinica di Giuseppe Laras.
Ci sarebbe forse anche da aggiungere che Rav Laras ha ordinato molti rabbini; che il padre Samuele Guglielmo non voleva che facesse il rabbino (obbligandolo così prima a laurearsi in Giurisprudenza); che Leon Ashkenazi lo considerava una schiappa a calcio; che, infine, è stata la moglie, la Signora Elena Ester, a incoraggiarlo a studiare medicina come terza laurea, cosa che però il Rav dovette alla fine dissuadersi dal fare.
Essendo giunto alle conclusioni, vorrei articolarle in tre brevi snodi. Il primo riguarda Rav Laras in quanto autorità rabbinica e Maestro dell'ebraismo italiano contemporaneo, tra gli ultimi eminenti esponenti, noti e apprezzati anche all'estero, della "linea italiana", profondamente ancorata alla Tradizione e a questa dichiaratamente fedele, pur al contempo apprezzando l'apertura positiva e intelligente verso il mondo e la cultura esterni. Un modello di religiosità e di osservanza, quello proposto e vissuto dal Rav, poco incline a modernismi alla moda, come pure a rigorismi e a lassismi entrambi troppo facili per quanto opposti, eppure a suo modo elastico, alla ricerca –talora inquieta- di una maimonidea via mediana.
Il secondo snodo riguarda Rav Laras in quanto interprete e studioso del pensiero ebraico. Rav Laras è tra i pochissimi che sappia davvero di che cosa si stia parlando, e uno dei suoi scritti più recenti "Ricordati dei giorni del mondo" ne rende ampiamente testimonianza. Rav Laras è infatti l'unico in Italia che poteva permettersi legittimamente di incrinare, come in parte sta cercando di fare, l'invalso trend di collegare il pensiero ebraico in primo luogo e unicamente al mondo della filosofia greca e occidentale in genere, piuttosto che a quello della Halakhah. Rav Laras sta così dando a molti intellettuali italiani -ebrei, cristiani e non credenti- un avvertimento culturale, sia per contenuti sia metodologico, circa la comprensione limitata -e dunque falsata ed erronea- del pensiero ebraico (specialmente moderno e contemporaneo) se sulla base principalmente delle opere, pur importanti e imprescindibili, di alcuni pensatori ebrei del Novecento molto noti (H. Cohen, L. Baeck, F. Rosenzweig, M. Buber, A. J. Heschel, E. Lévinas), che però sono per lo più abbastanza distanti dall'autocoscienza e dal generale sentire degli ebrei osservanti e dei rabbini, sia in Italia sia nel resto della Diaspora sia in Israele. Circa questo secondo snodo, infine, va detto che Rav Laras, anche per quel che concerne il Dialogo interreligioso ed ebraico-cristiano in particolare, ha insistito e continua a insistere sulla centralità di un positivo, continuo e costruttivo riferimento al pensiero sionista.
Il terzo e ultimo snodo riguarda cosa di lui ebbe a scrivere un suo caro amico cristiano, che non potevo non menzionare, il card. Carlo Maria Martini, che così si espresse in una lettera che mi inviò alcuni anni fa: "Sono stato vicino all'impegno del Rav Giuseppe Laras per almeno ventidue anni, e anche in seguito ho potuto incontrarlo e godere della sua bontà e amicizia. Ho sempre visto in lui un vero gentiluomo, pieno di rispetto e di riserbo, ma insieme un uomo di profonda preghiera, un conoscitore esperto delle Sacre Scritture, un servitore di Dio e del Suo popolo". Parimenti, così gli scrisse recentemente Rav Jonathan Sacks, emerito Grande Rabbino di Inghilterra e del Commonwealth: "It has been a great privilege knowing you these past years, and knowing how blessed the Jewish people is to have spiritual leaders like yourself. You are a man of wisdom, tolerance and great generosity of spirit, and may Hashem continue to bless all you do."

Per concludere, vorrei finire con una frase sintetica che Rav Laras usa spesso per introdurre il pensiero di uno dei più grandi Maestri di Israele di tutti i tempi, il cui studio molto ancora lo appassiona, Sa'adyah Gaòn: "per ben credere occorre saper ben ragionare". Credo che questa frase fotografi, a più livelli, e anche in filigrana, molto di Rav Laras.

mercoledì 8 novembre 2017

"PRESIDENTI" , il 19 novembre presentazione presso la LIBRERIA BELFORTE di Livorno

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giovedì 28 settembre 2017

SABATO, CON INIZIO VENERDI 29 SETTEMBRE SERA, IL SOLENNE GIORNO EBRAICO DEL KIPPUR DELL'ANNO 5778

SABATO ( INIZIO VENERDI SERA)  IL MONDO EBRAICO OSSERVA IL SOLENNE GIORNO DEL KIPPUR

Dopo il recente Capodanno che ha introdotto l'anno 5778 del calendario ebraico (lunare) ecco approssimarsi il solenne giorno del Kippur che quest'anno coinciderà con lo Shabbath, ovvero il Sabato ebraico che ha inizio il venerdi sera per concludersi al tramonto del giorno seguente.
Giorno di "espiazione" e riflessione,ecco come lo descrive il sito dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane:
"Il dieci del mese di Tishrì cade lo Yom Kippur, giorno considerato come il più sacro e solenne del calendario ebraico.
E' un giorno totalmente dedicato alla preghiera e alla penitenza e vuole l'ebreo consapevole dei propri peccati, chiedere perdono al Signore. E' il giorno in cui secondo la tradizione Dio suggella il suo giudizio verso il singolo. Se tutti i primi dieci giorni di questo mese sono caratterizzati dall'introspezione e dalla preghiera, questo è un giorno di afflizione, infatti in Levitico 23:32 è scritto "voi affliggerete le vostre persone". E' un giorno di digiuno totale, in cui ci si astiene dal mangiare, dal bere e da qualsiasi lavoro o divertimento e ci si dedica solo al raccoglimento e alla preghiera; il digiuno che affligge il corpo ha lo scopo di rendere la mente libera da pensieri e di indicare la strada della meditazione e della preghiera.
Prima di Kippur si devono essere saldati i debiti morali e materiali che si hanno verso gli altri uomini. Si deve chiedere personalmente perdono a coloro che si è offesi: a Dio per le trasgressioni compiute verso di Lui, mentre quelle compiute verso gli altri uomini vanno personalmente risarcite e sanate.
Ci si deve avvicinare a questo giorno con animo sereno e fiduciosi che la richiesta di essere iscritti da Dio nel "Libro della vita", sarà esaudita. La purezza con cui ci si avvicina a questa giornata da alcuni è sottolineata dall'uso di vestire di bianco.
E' chiamato anche "Sabato dei sabati", ed è l'unico tra i digiuni a non essere posticipato se cade di sabato.
Kippur è forse la più sentita tra le ricorrenze e anche gli ebrei meno osservanti in questo giorno sentono con più forza il loro legame con l'ebraismo. Un tempo, gli ebrei più lontani venivano detti "ebrei del Kippur" perché si avvicinavano all'ebraismo solo in questo giorno.
L'assunzione della responsabilità collettiva è un altra delle caratteristiche di questo giorno: in uno dei passi più importanti della liturgia si chiede perdono dicendo "abbiamo peccato, abbiamo trasgredito....". La liturgia è molto particolare e inizia con la commovente preghiera di Kol Nidrè, nella quale si chiede che vengano sciolti tutti i voti e le promesse che non possono essere state mantenute durante l'anno.
Questa lunga giornata di 25 ore viene conclusa dal suono dello Shofàr, il corno di montone, che invita di nuovo al raccoglimento, e subito dopo dalla cerimonia di "separazione" dalla giornata con cui si inizia il giorno comune.."

Comunitando
www.livornoebraica.org
( a cura di Gadi Polacco)

DISCORSO PER NEILA' DI KIPPUR 5714 (1953)

 "Appunti per il discorso nell'approssimarsi della Neilà "Chippur 5714" (1953)
Tempio di Ferrara - Rav Bruno G. Polacco (z.l.), poi Rabbino Capo a Livorno dove scomparve nel 1967
http://ravpolacco.blogspot.it/2016/10/discorso-per-neila-di-kippur-5714-1953.html

martedì 19 settembre 2017

DA DOMANI SERA IL NUOVO ANNO EBRAICO 5778 : PER TUTTI MA IN PARTICOLARE PER LA NOSTRA CITTA' L'AUGURIO "INIZI L'ANNO CON LE SUE BENEDIZIONI"


תחל שנה וברכותיה

"Inizi l'anno con le sue benedizioni" è l'auspicio espresso da un antico componimento poetico che si legge nelle Sinagoghe per la ricorrenza di Rosh Hashanà, appunto il capodanno ebraico.

L'anno 5778 che avrà inizio, in base al calendario lunare ebraico, il 20 settembre sera coglie Livorno alle prese con il ricordo delle vittime e la conta dei danni a opera del nubifragio patito nei giorni scorsi , ecco perchè l'augurio che piovano ora benedizioni appare particolarmente consono.

L'interazione tra i calendari propone anche l'incontro tra una festività religiosa e una ricorrenza storica oggi ,purtroppo, alquanto dimenticata : il 20 Settembre con la breccia di Porta Pia.

Non si tratta certo di rievocare contrapposizioni del passato ma di ricordare l'importanza di questo evento ( per il mondo ebraico segnò anche, finalmente, la chiusura del ghetto di Roma) per il presente e il futuro, simbolo di una società laica che, al contrario di quanto sostengano certe strumentalizzazioni, è alleata stretta della difesa del sentimento religioso, quale esso sia, e parimenti di quello non credente, nella garanzia di una società aperta che garantisce il diritto di tutti nel rispetto tra ciascuno.

Il messaggio laico, quindi di rispetto reciproco,di Porta Pia appare ancora valido per l'attuale travagliata società italiana.

COMUNITANDO

www.livornoebraica.org

( a cura di Gadi Polacco)




Link alla bozza del testo usato per il discorso di Rosh Ha-shanà 5727 (1966), tenuto quindi nel Tempio di Livorno,del Rabbino Bruno Ghereshon Polacco ( 1917-1967). Non è stata trovata una "bella copia" o "versione definitiva" che dir si voglia e forse questa è l'unica stesura,definita poi a voce, del testo. Una testimonianza in originale di come si preparavano,in tempi nei quali i computer non consentivano facili correzioni e variazioni, gli interventi.


http://ravpolacco.blogspot.it/2017/09/rosh-ha-shana-capodanno-ebraico-5727.html

sabato 9 settembre 2017

CON IL CONCERTO DEL CORO "ERNESTO VENTURA" SI E' APERTA A LIVORNO LA GIORNATA EUROPEA DELLA CULTURA EBRAICA 2017

Nonostante il meteo assai poco clemente, si è aperta a Livorno, sabato 9
settembre alle 21.30,la Giornata Europea della Cultura Ebraica 2017, con
il concerto del Coro "Ernesto Ventura" (musiche della tradizione
sefardita ebraica livornese), diretto dal Maestro Paolo Filidei,ospitato
nella sede dello storico Circolo Amici dell'Opera "Galliano Masini".

Ricco il programma proposto, al termine i coristi sono stati omaggiati
dal Presidente del Circolo Masini,il musicologo Fulvio Venturi, di un
volume ciascuno dedicato a Pietro Mascagni,mentre al Circolo è stato
donato l'ultimo CD del coro e un cd sul bagitto, il linguaggio ebraico-
livornese fatto proprio dalla città.

Un grazie agli organizzatori, agli intervenuti e alle forze dell'ordine
che hanno garantito una puntuale vigilanza.

(Foto di M. Gabbrielli)



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martedì 30 maggio 2017

IL MONDO EBRAICO SI APPRESTA A FESTEGGIARE SHAVUOT 5777, LA PENTECOSTE. ALCUNI ANNIVERSARI

Dalla sera del 30 maggio sino al tramonto del 1 giugno il mondo ebraico festeggia la ricorrenza di Shavuoth (Pentecoste) dell'anno 5677.

UN INTERVENTO DEL RABBINO BRUNO G. POLACCO , zl,A 50 ANNI DALLA MORTE  (1967) E IN VISTA DEI CENTO ANNI DALLA NASCITA (1917):

SHAVUOTH ,LA FESTA DELLE PRIMIZIE. IL BOSSOLO DEL K.K., FONDO PERMANENTE PER ISRAELE

( da www.ravpolacco.it )

Il testo non è datato e non viene indicato dove sia stato utilizzato : forse il riferimento all'iniziativa del KKL e a quello che pare l'arrivo del bossolo (molto più antico comunque degli anni 50'/60' del secolo scorso) potrebbe essere utile indizio per collocare temporalmente il documento.

ועשית חג שבעות ליהוה אלהיך
Devarim/Deuteronomio, 16:10

Con tali parole, la Torà ci prescrive l'osservanza del precetto di festeggiare la ricorrenza di Shavu'oth e se ci provassimo a definire il valore di questa importantissima celebrazione,non potremmo definirla meglio dell'appellativo per essa usato dalla stessa Torà : Chag ha-biccurim - giorno delle primizie.
Con Shavu'oth infatti noi celebriamo i due elementi più necessari alla vita dell'ebreo : le primizie della terra e le primizie della morale; quei due elementi cioè che nella storia del nostro popolo si congiungono per glorificare sia l'opera di Dio che quella dell'uomo.
Israele, nella storia è riuscito a riunire la terra col cielo e celebrando in Shavu'oth le primizie di ambedue, celebra contemporaneamente la benedizione che esse gli apportano.
Fu in questa festività infatti che Israele ricevette dal Cielo quella morale che in seguito estese a tutta l'Umanità , e con la quale per primo insegnò al mondo quel comandamento del Sinai che impone di amare per il prossimo ciò che ameremmo per noi stessi e che il sommo Hillel definì il cardine dell'intera Torà.

L'Ebraismo, fin dalle sue lontanissime origini abituò il suo spirito e il suo cuore ad amare la natura quale strumento della divina creazione ed è naturale quindi che per tributare alla Provvidenza che la guida il dovuto onore abbia impresso alle sue festività anche carattere agricolo.
Quando Israele abitava nella sua terr- terra stillante latte e miele - e col suo lavoro la rendeva ubertosa traendone abbondanti frutti, l'elemento natura si rafforzò talmente nello spirito del popolo che il significato agricolo della festa di Shavu'oth assunse a grandissima importanza nel quadro delle celebrazioni intese a tributare lode e ringraziamento a Dio che non solo aveva concesso al Popolo eletto la primizia della Morale, ma con i prodotti del suolo gli elargiva anche la sua benedizione.
Ecco perchè i nostri antichi in questa bella e lieta giornata, si recavano al Tempio di Salomone recando con sè i primi ricavati del loro lavoro offrendoli a Dio a testimonianza  della gratitudine che provavano per il ben ricevuto.
Il ricordo delle cerimonie fastose  che si svolgevano in Gerusalemme  nella giornata del "mattàn Torà", "della Rivelazione della Legge", formano l'argomento di un intero trattato talmudicoi, il trattato di "biccurim","primizie", e in esso si descrivono queste cerimonie fin dal momento in cui nelle varie città di Giudea si formavano i cortei di carri colmi di frutta e fiori che, fra la letizia e le danze popolari,si avviavano in lunghe colonne alla città eterna, dove in una grandissima assemblea di lavoratori agricoli venivano offerti a Dio in nome di tutta la Nazione.
Quando Israele abbandonò la sua terra, il significato della ricorrenza di Shavuìoth  forzatamente si restrinse al "mattàn Torà" -"giorno della Rivelazione", ma l'antico rito campestre  non fu dimenticato.
Quantunque disperso e ramingo tra i popoli,Israele non obliò la generosa terra dei Padri  e i suoi prodotti : nell'intimità delle sue case e dei suoi Templi trasformati per l'occasione in olezzanti serre di fiori, coltivò l'inesausta speranza del ritorno a quella vita e a quel suolo.
Oggi, la speranza - sublime e incredibile miracolo al quale immeritatamente assistiamo - si è trasformata in tangibile raltà.
Israele ha ripreso contatto con la sua terra e la rende nuovamente ubertosa col lavoro e il sacrificio.
Shavu'oth è ritornata ad essere la festa delle primizie, la festa della Morale e della terra.
Le antiche abitudini riprendono vigore e col ritorno alla terra l'uomo ebreo torna ad offrire le primizie del suolo patrio a quell'istituzione che per il carattere sacro che ha acquisito in anni ed anni di benemerita e santa opera sostituisce in questa funzione il Santuario : il K.K., il Fondo Nazionale che riscatta la terra avita palmo a palmo e la restituisce redenta al popolo d'Israele perchè su di essa si ricostituisca una società civile e laboriosa basata sulla Morale ricevuta dal Sinai.
Oggi, signori, poco prima di entrare in mo'ed (festività - ndr) il Direttore per l'Italia del K.K. mi ha scritto una lettera in cui, con riferimento al significato di Shavu'oth e in occasione di Shavu'oth, mi chiede di istituire anche nella nostra Comunità la "giornata delle primizie" consegnando ad ogni contribuente un bossolo del K.K.
Certo del vostro assenso, ho aderito con entusiamo poichè in quel piccolo bossolo è custodito il legame che ognuno di noi ha con lo Stato ebraico e quanto in esso verseremo rappresenterà la primizia che di anno in anno offriremo alla ricostruzione della terra d'Israele.
E sia questa degna maniera di festeggiare Shavu'oth non solo il mezzo di riedificazione morale e materiale per il nostro popolo, ma in pari tempo fonte di benedizione per tutta la nostra Comunità che così comparirà simbolicamente dinanzi al Santuario di Dio secondo quanto è comandato, e godrà completamente del bircat mo'adim lemichà ( benedizione di feste in felicità - ndr) che io auspico per tutti noi di cuori, amen cken ieì razon ( così sia la volontà).

"PENTECOSTE DI GUERRA" , UN DISCORSO DEL RABBINO SAMUELE COLOMBO DI CENTO ANNI ESATTI OR SONO (SHAVUOTH 1917) IN PIENO CLIMA DI GUERRA. DURANTE QUELLA FESTIVITA', A CENTINAIA DI CHILOMETRI DI DISTANZA NEL CORSO DELLA BATTAGLIA DEL MONTE CUCCO, PERDEVA LA VITA UNO DEI 28 CADUTI DELLA COMUNITA' EBRAICA DI LIVORNO, IL "MILITE D'ITALIA" AMLETO DELLA ROCCA, zl


Il testo venne ripreso dalla storica testata ebraica "IL VESSILLO ISRAELITICO". Il collage di cui sopra è tratto dal prezioso e recentissimo libro, edito da Belforte, dal titolo "MOISE' VA ALLA GUERRA", dedicato
alla grande partecipazione alla Prima Guerra mondiale, immane tragedia, da parte degli ebrei italiani. Autore Paolo Orsucci Granata. Sotto la sepoltura del soldato Della Rocca, ricordando con lui tutti i Caduti.
z.l. = sia il suo ricordo per benedizione.



COMUNITANDO
a cura di Gadi Polacco
www.livornoebraica.org

domenica 28 maggio 2017

SHAVUOTH ,LA FESTA DELLE PRIMIZIE. IL BOSSOLO DEL K.K., FONDO PERMANENTE PER ISRAELE

Il testo non è datato e non viene indicato dove sia stato utilizzato : forse il riferimento all'iniziativa del KKL e a quello che pare l'arrivo del bossolo (molto più antico comunque degli anni 50'/60' del secolo scorso) potrebbe essere utile indizio per collocare temporalmente il documento.Autore il Rabbino Bruno G. Polacco,zl,a cinquant'anni dalla scomparsa terrena (1967) e in vista dei cento dalla nascita (1917).
ועשית חג שבעות ליהוה אלהיך
Devarim, 16:10
Con tali parole, la Torà ci prescrive l'osservanza del precetto di festeggiare la ricorrenza di Shavu'oth e se ci provassimo a definire il valore di questa importantissima celebrazione,non potremmo definirla meglio dell'appellativo per essa usato dalla stessa Torà : Chag ha-biccurim - giorno delle primizie.
Con Shavu'oth infatti noi celebriamo i due elementi più necessari alla vita dell'ebreo : le primizie della terra e le primizie della morale; quei due elementi cioè che nella storia del nostro popolo si congiungono per glorificare sia l'opera di Dio che quella dell'uomo.
Israele, nella storia è riuscito a riunire la terra col cielo e celebrando in Shavu'oth le primizie di ambedue, celebra contemporaneamente la benedizione che esse gli apportano.
Fu in questa festività infatti che Israele ricevette dal Cielo quella morale che in seguito estese a tutta l'Umanità , e con la quale per primo insegnò al mondo quel comandamento del Sinai che impone di amare per il prossimo ciò che ameremmo per noi stessi e che il sommo Hillel definì il cardine dell'intera Torà.

L'Ebraismo, fin dalle sue lontanissime origini abituò il suo spirito e il suo cuore ad amare la natura quale strumento della divina creazione ed è naturale quindi che per tributare alla Provvidenza che la guida il dovuto onore abbia impresso alle sue festività anche carattere agricolo.
Quando Israele abitava nella sua terr- terra stillante latte e miele - e col suo lavoro la rendeva ubertosa traendone abbondanti frutti, l'elemento natura si rafforzò talmente nello spirito del popolo che il significato agricolo della festa di Shavu'oth assunse a grandissima importanza nel quadro delle celebrazioni intese a tributare lode e ringraziamento a Dio che non solo aveva concesso al Popolo eletto la primizia della Morale, ma con i prodotti del suolo gli elargiva anche la sua benedizione.
Ecco perchè i nostri antichi in questa bella e lieta giornata, si recavano al Tempio di Salomone recando con sè i primi ricavati del loro lavoro offrendoli a Dio a testimonianza  della gratitudine che provavano per il ben ricevuto.
Il ricordo delle cerimonie fastose  che si svolgevano in Gerusalemme  nella giornata del "mattàn Torà", "della Rivelazione della Legge", formano l'argomento di un intero trattato talmudicoi, il trattato di "biccurim","primizie", e in esso si descrivono queste cerimonie fin dal momento in cui nelle varie città di Giudea si formavano i cortei di carri colmi di frutta e fiori che, fra la letizia e le danze popolari,si avviavano in lunghe colonne alla città eterna, dove in una grandissima assemblea di lavoratori agricoli venivano offerti a Dio in nome di tutta la Nazione.
Quando Israele abbandonò la sua terra, il significato della ricorrenza di Shavuìoth  forzatamente si restrinse al "mattàn Torà" -"giorno della Rivelazione", ma l'antico rito campestre  non fu dimenticato.
Quantunque disperso e ramingo tra i popoli,Israele non obliò la generosa terra dei Padri  e i suoi prodotti : nell'intimità delle sue case e dei suoi Templi trasformati per l'occasione in olezzanti serre di fiori, coltivò l'inesausta speranza del ritorno a quella vita e a quel suolo.
Oggi, la speranza - sublime e incredibile miracolo al quale immeritatamente assistiamo - si è trasformata in tangibile raltà.
Israele ha ripreso contatto con la sua terra e la rende nuovamente ubertosa col lavoro e il sacrificio.
Shavu'oth è ritornata ad essere la festa delle primizie, la festa della Morale e della terra.
Le antiche abitudini riprendono vigore e col ritorno alla terra l'uomo ebreo torna ad offrire le primizie del suolo patrio a quell'istituzione che per il carattere sacro che ha acquisito in anni ed anni di benemerita e santa opera sostituisce in questa funzione il Santuario : il K.K., il Fondo Nazionale che riscatta la terra avita palmo a palmo e la restituisce redenta al popolo d'Israele perchè su di essa si ricostituisca una società civile e laboriosa basata sulla Morale ricevuta dal Sinai.
Oggi, signori, poco prima di entrare in mo'ed (festività - ndr) il Direttore per l'Italia del K.K. mi ha scritto una lettera in cui, con riferimento al significato di Shavu'oth e in occasione di Shavu'oth, mi chiede di istituire anche nella nostra Comunità la "giornata delle primizie" consegnando ad ogni contribuente un bossolo del K.K.
Certo del vostro assenso, ho aderito con entusiamo poichè in quel piccolo bossolo è custodito il legame che ognuno di noi ha con lo Stato ebraico e quanto in esso verseremo rappresenterà la primizia che di anno in anno offriremo alla ricostruzione della terra d'Israele.
E sia questa degna maniera di festeggiare Shavu'oth non solo il mezzo di riedificazione morale e materiale per il nostro popolo, ma in pari tempo fonte di benedizione per tutta la nostra Comunità che così comparirà simbolicamente dinanzi al Santuario di Dio secondo quanto è comandato, e godrà completamente del bircat mo'adim lemichà ( benedizione di feste in felicità - ndr) che io auspico per tutti noi di cuori, amen cken ieì razon ( così sia la volontà).


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lunedì 22 maggio 2017

LIVORNINE E CONTRIBUITO DEGLI EBREI ITALIANI ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE : DUE INTERESSANTI INIZIATIVE A LIVORNO

GIOVEDI 25 MAGGIO 2017

ORE 18.OO PRESSO LA SALA CONFERENZE DE IL TIRRENO - VIALE ALFIERI 9 - LIVORNO

"QUANDO LIVORNO DIVENTO' CITTA' COSMOPOLITA - Le leggi Livornine nella nuova edizione (Debatte Editore)

COORDINA IL DIRETTORE DE IL TIRRENO, LUIGI VICINANZA



DOMENICA 28 MAGGIO 2017, ORE 18.00 , LIBRERIA BELFORTE ( VIA ROMA 69 - LIVORNO)

PRESENTE L'AUTORE PAOLO ORSUCCI GRANATA, PRESENTAZIONE DEL LIBRO

"MOISE' VA ALLA GUERRA - Rabbini militari,soldati ebrei e comunità israelitiche nel primo conflitto mondiale" ( Belforte Editore)


mercoledì 5 aprile 2017

APRILE DI AUGURI INTERRELIGIOSI E UN DISCORSO SU PESACH (la Pasqua Ebraica) DEL RABBINO BRUNO G. POLACCO(z.l.) NELL'IMMINENZA DEI 50 ANNI DALLA MORTE E IN VISTA DEI 100 ANNI DALLA NASCITA

COMUNITANDO

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(blog di cose ebraiche e dintorni a cura di Gadi Polacco)


Nell'imminenza di Pesach, la Pasqua Ebraica dell'anno 5777 che avrà inizio il 10 aprile sera, in vista della Pasqua Cristiana del 16 aprile e alla luce delle numerose altre ricorrenze, anche di altre fedi,

che distinguono questo mese di aprile, i più sinceri auguri ai vari credenti in festa e, come sempre, ottime cose anche a tutti gli altri e a chi non crede.


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PESACH 5725 (Pasqua Ebraica)

Trascrizione di un testo redatto da Rav Bruno G. Polacco* (z.l.), Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Livorno, per un intervento al Tempio Maggiore in occasione di Pesach 5725/1965.

Non sono state riportate le citazioni in ebraico, comunque riprese anche in italiano.

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Nessun avvenimento storico-religioso, fra i molti che arricchiscono la nostra storia, ha mai influenzato la vita sociale religiosa, morale e giuridica d'Israele, quanto l'evento che da millenni indichiamo col nome di Pesach (Pasqua), o con le espressioni di "uscita dall'Egitto","festa delle azzime", oppure "epoca della nostra indipendenza".

Nella Torà, in cui ha pieno valore di "precetto affermativo", il dovere di rimembrare oltreché di celebrare di anno in anno in forma degna i fatti che,nel loro complesso,resero possibile l'esodo di un intero popolo dal paese in cui aveva trascorso 430 anni di durissima schiavitù, è più volte enunciato e ciò prova  in modo probante l'importanza e l'influenza che l'evento ha esercitato in ogni settore del pensiero ebraico.

Non poche sono infatti le mitzvot (precetti ,ndr) che ad esso esplicitamente si ispiranoo addirittura da esso traggono origine.

 

Vedasi ad esempio, tanto per citarne alcune : in Shemoth (Esodo-ndr), agli effetti dell'enunciazione e della prescrizione del monoteismo assoluto che dovranno praticare gli Ebrei,nel comandamento, Dio collega questo tipo di culto che esige dal suo popolo con l'Uscita dall'Egitto; e in Devarim (Deuteronomio-ndr), dove il Decalogo è ripetuto con lievi varianti, il ricordo dell'epico evento è strettamente connesso al precetto dell'osservanza del sabato; le stesse festività di Shavuoth e di Succot – che con Pesach formano il trio delle ricorrenze gioiose dette i "tre pellegrinaggi" perché in esse ogni ebreo aveva l'obbligo di presentarsi al Tempio di Gerusalemme ed ivi esternare la sua letizia – e le mitzvot (precetti – ndr) dei tefillin (filatteri) e dello zizit (al plurale ziziot ,le quattro frange che si trovano agli angoli del talit,il "manto da preghiera" – ndr), tutte si richiamano al "ricordo dell'esodo dall'Egitto" ; un'ultima ne citiamo,il cui elevatissimo valore morale, e sociale, non ha bisogno di commento tanto è evidente : la prescrizione di rispettare il forestiero che viva im ambiente ebraico,perché, dice la Torà "voi che siete stati forestieri in terra d'Egitto,conoscete lo stato d'animo del forestiero".

 

E come un eco fedele, ininterrotto e concorde, alle norme della Legge, il pensiero dei Maestri che ricevettero la Torà dai successori di Mosè e gelosamente la conservarono immutata nella lettera e nello spirito, sottolinea l'importanza dell'evento pasquale e la influenza da esso esercitata su tutto lo svolgimento della vita ebraica nel decorso dei secoli,caldamente perorandone il perenne ricordo.

Dice la Torà (Deuteronomio XVI°,3) : Affinchè tu ricordi il giorno della tua uscita dal paese d'Egitto, tutti i giorni della tua vita", ed essi, i Dottori della Legge, gli interpreti per antonomasia  del Verbo divino, i minuziosi indagatori del testo biblico perennemente intenti ad acquistarne una sempre più vasta cognizione,accademicamente osservano : - Nel versetto in esame la parola "tutti", appare superflua  in quanto anche se omessa dal contesto, il senso della frase non ne verrebbe minimamente a risentire; ma poiché la Torà non indulge al pleonasmo e in essa nemmeno una sola lettera è ridondante, l'inserimento di questa parola deve avere un ben determinato fine, Un fine ovviamente educativo, visto che la Torà ha funzione eminentemente educativa : quindi, un insegnamento; implicito, perché espresso tramite un "remez", cioè a dire un accenno fugace, diretto a coloro che essendo colti , sono in grado di afferrarlo e di illustrarlo a chi sia meno edotto di loro. E quale è,dunque,questo insegnamento? L'insegnamento è questo, chiosano i Dottori - : "Se la Torà avesse detto semplicemente "i giorni della tua vita",il significato del versetto sarebbe stato quello "che il ricordo dell'Uscita dall'Egitto deve accompagnare l'uomo ebreo per il corso completo della sua vita terrena", ma avendo aggiunto quel "tutti", essa ha voluto specificare "tutti i cicli di tua vita", tutti cioè quei periodi di tempo in cui avrai la vita.

In altre parole, "ogni qualvolta l'ebreo trascorra quel periodo di tempo che in termini umani è detto vita", egli è tenuto a ricordare il suo esodo dal paese del Nilo, "perfino nel corso di quella vita che gli è riservata nei tempi messianici".

Ciò premesso, è ben naturale ricercare, a titolo di "derash" festivo (tipo di lezione-ndr),quale sia il motivo che ha dato all'Uscita dall'Egitto tanta importanza e la ragione per cui esercitare un'influenza tale da compenetrare di sé l'Ebraismo in ogni sua mani9festazione.

 

Scontato il valore del fatto storico-politico in sé stesso, e cioè che Pesach ha dato al popolo ebraico quella libertà che gli ha consentito  di divenire quello che è divenuto; ammesso l'incontrovertibile  asserto che, senza Pesach, non avrebbero potuto aver luogo quegli eventi che le furono conseguenti  e che originarono le altre ricorrenze che li celebrano, l'elemento unico cui trarre la risposta al quesito  nostro è il concetto di indipendenza, libertà, nella sua più ampia accezione  e autonomo da ogni e qualsiasi ragione pertinente  alla religione e alla storia di Israele, elevato al grado di principio fondamentale dell'etica sociale.

Israele che, memore della promessa che Dio aveva fatto agli antichi Padri di liberare i loro discendenti dalla schiavitù che avrebbero sofferto in Egitto, Israele che aveva sopportato  per secoli pene materiali e morali in attesa dell'evento che gli avrebbe consentito di godere, meritatamente, il bene inestimabile della libertà e che, a prezzo di una durissima prova protrattasi per generazioni era pervenuto all'acquisizione dell'esperienza necessaria a comprenderne l'incomparabile valore, non avrebbe potuto intendere il senso e il fine di una legge che non fosse pervasa – nella lettera e nello spirito, nella teoria e nella prassi-di libertà.

Ciò, a nostro avviso,spiega anche il perché dinanzi al Sinai, all'atto solenne della promulgazione della Torà, Israele disse a Mosè "eseguiremo e poi ascolteremo", come a dire : "le spiegazioni atte ad illustrarci questa Legge ce le darai in seguito", ben sapendo che una legislazione generata dalla libertà non poteva contenere che norme fondate sulla libertà e accettabili in piena libertà di coscienza.

 

Giusto appunto quanto Dio gli aveva detto tramite il Legislatore : "Questa legge che io oggi ti prescrivo di osservare non è da te disgiunta o lontana; anzi, ti è molto vicina: è nella tua mente e nella tua bocca,perché tu la possa eseguire."

Ecco perché la Torà, fondendo indissolubilmente i concetti di "libertà" e di "giustizia" in quanto dove non c'è libertà non c'è nemmeno giustizia, richiama incessantemente alla mente dell'uomo ebreo e al suo cuore l'idea della "libertà" e, in nome di essa, tutela l'orfano, la vedova, l'indigente,lo schiavo e il forestiero.

Se così non fosse, se l'ideale della libertà non impregnasse di sé la Torà, la Legge che con commovente, indefettibile, fedeltà i nostri padri ci hanno conservato e trasmesso come il nostro supremo bene, non avrebbe carattere d'eternità né potrebbe sopravvivere, intangibile, ai periodi in cui la libertà sia politica,sia sociale che religiosa si riduce a pura espressione verbale quando addirittura non viene soppressa.

E noi, ahi noi,di simili periodi, a tutt'oggi,ne abbiamo conosciuti anche troppi!

Di ciò perfettamente edotti,i nostro venerati Maestri, non solo non hanno trascurato occasione per sottolineare questo peculiare concetto della Torà, ma altresì ne hanno tratto il monito implicito che, ogni qualvolta ci si allontani da esso,si verifica "la negazione del principio fondamentale e basilare" della libertà e, in conseguenza,della Torà stessa che su di esso verte.

Monito grave per chi come noi è così sensibile alla libertà di coscienza,di fede e di ideali, ma nello stesso tempo, fervida esortazione alla fiducia in Colui che alla prima liberazione farà seguire quella finale preconizzata dai Profeti, se sapremo rimanere fedeli al principio millenario della libertà e vorremo mantenerlo vivo ed operante in noi.

Voglia Iddio concederci per molti anni di mostrarci come se fossimo usciti dall'Egitto, e nei nostri giorni si avveri il detto midrashico : "in Nissan furono redenti e in Nissan lo risaranno ancora"

* Nato a Cesenatico nel 1917, da famiglia veneziana, e morto a Livorno nel 1967. Vicerabbino a Venezia,poi Rabbino a Ferrara e quindi a Livorno con il suo Maestro A..S.Toaff (z.l.) ,poi suo successore come Rabbino Capo.
Oltre all'attività rabbinica e d'insegnamento è autore di saggi storici, commenti e commedie in "giudaico-veneziano". E' Rabbino Capo a Livorno quando,nel 1966 Presidente della Comunità il Prof. Renzo Cabib, zl,la comunità e la città ricevono la prima visita di un Rabbino Capo d'Israele (nella foto il Rabbino Capo d'Israele Nissim, il Rabbino Polacco e il Prof. Cabib).